Un giorno in RAI

Io, te e la dislessia (13Lab edizioni), di Mariarosaria Conte

Sembra impossibile che sia successo e invece… è capitato proprio a me: io, moglie, lavoratrice, mamma di tre figli con zero vita sociale e soprattutto affetta da una timidezza sfacciata, ieri sono stata in RAI per essere intervistata dal giornalista Carlo de Cesare della rubrica “Lo Scaffale”.

Io, che per anni ho tenuto nel cassetto i miei romanzi, a volte ultimati e a volte incompleti, perché travolta dal vile morbo dell’insicurezza, un morbo tale da impedirmi di far leggere i lavori anche ai miei familiari, ieri sono andata in studio e ho raccontato la mia storia. Una storia di dislessia e di amore materno, talmente intensa da suscitare  l’interesse della TV.

È successo tutto molto velocemente. Dopo un poco di anticamera  e i controlli di routine, sono stata catapultata nello studio del TG. Nemmeno il tempo di guardarmi intorno e realizzare cosa stesse accadendo, che mi hanno fatto accomodare su uno sgabello altissimo mentre il fonico mi sistemava il microfono.

Ed è in quel momento, col microfono ormai agganciato, che ho capito che stava succedendo per davvero.

Se avevo paura?

Certo, ero terrorizzata!

Ma alla prima domanda, forse perché la più importante fra tutte,  ho dimenticato dove fossi e ho detto ciò che dovevo!

«Quant’è difficile accettare la diversità di un figlio?»

Lapidaria, diretta, immediata.

E io, altrettanto diretta: «Tanto…Troppo… impossibile!».

E poi, quasi per magia, sono andata avanti come un treno: «La diversità fa paura. Lo vedo tutti i giorni a scuola coi miei alunni. I bambini non hanno filtri e manifestano senza troppi fronzoli la loro difficoltà a rapportarsi con chi è diverso . E tutti  i giorni cerco sempre il modo per includere tutti, nel rispetto e nell’arricchimento reciproco. È un lavoro duro, ma quando ciò avviene, e una classe diventa come un’unica persona perché unita e compatta, per il docente è la più grande delle soddisfazioni. Purtroppo, mentre i bambini sono materia plasmabile, i genitori non lo sono, e spesso vedo madri e padri con figli in difficoltà, che fanno fatica ad accettare l’idea di trovarsi davanti ad una problematica seria. Per un genitore, la mancanza di accettazione sembra l’unica strada percorribile, ma per un figlio non sapere, significa essere lasciato in un limbo di incertezze e incomprensioni. Ciò è vero in particolar modo per i dislessici. Essendo molto intelligenti, loro sono i primi a percepire che qualcosa non va, ma non sanno darsi una spiegazione, quindi tendono a colpevolizzarsi; di qui la quasi costante bassa autostima dei bambini affetti da DSA. La diagnosi è, per il giovane dislessico, un momento di liberazione.

La protagonista del mio romanzo, in un momento di confessione afferma: “…Mi ero persa in un torpore senza pensieri, indugiando in un annebbiamento che m’impediva di capire ciò che non volevo sapere…”.

Non capire ciò che non si vuole sapere! Mi sento di dire a tutte le mamme e i papà di lasciarsi andare, di non opporsi a un’ammissione che può rendere liberi i loro figli!».

Detto questo, l’intervista si è spostata su altri argomenti, purtroppo ho avuto a disposizione solo due minuti, e i messaggi che volevo trasmettere erano tanti. Non tutti sono passati.

Ma quanto era per me importante, cioè infondere coraggio alle famiglie che si trovano ad affrontare la problematica della dislessia, l’ho detto ora, forte e chiaro!

di Mariarosaria Conte

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