Un caffè con Lorenzo Latini

“10 domande”, nuova rubrica di intrattenimento letterario.

Lorenzo Latini, classe 1987, è nato e vive ad Alatri, nella profonda giungla ciociara. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di racconti Nonno Gè e il romanzo-sceneggiatura Call to Arms. Parallelamente, si è avvicinato al giornalismo online e ha iniziato la trafila per iscriversi all’Albo. Giornalista dal 2014, collabora con diversi siti web d’informazione e approfondimento, dove scrive di calcio, cultura, musica e di qualsiasi altra cosa gli chiedano (tranne il gossip e la moda). Nel 2017 ha pubblicato il romanzo Come Dennis Bergkamp (o l’amore ai tempi del giornalismo sportivo precario) con Augh! Edizioni.

Oggi, in occasione dell’inaugurazione della rubrica “10 domande”, lo abbiamo incontrato per conoscerlo più approfonditamente.

1) Ciao Lorenzo, partiamo con una domanda difficile. Cos’è uno scrittore, a tuo avviso? Quali responsabilità ha – se ne ha – nei confronti dei lettori e della letteratura?

«Credo che uno scrittore sia semplicemente una persona che abbia qualcosa di interessante da dire, o meglio: che abbia l’esigenza di sedersi ad una scrivania e iniziare a creare, esattamente come fa un musicista o qualsiasi altro genere di artista. Fa qualcosa di cui sente la necessità, per esprimere se stesso e, in una certa maniera, per comunicare con il resto del mondo. Che si tratti di Stephen King o di uno scrittore “amatoriale”, credo che l’impulso iniziale parta comunque da questo: il bisogno, quasi fisico, di inventare storie per dare forma alla propria visione della realtà».

2) Quando hai capito che nel tuo DNA c’era il gene della creatività? C’è stata una persona determinante a tal proposito, alla quale senti di dover dire “grazie” per averti spinto verso questo percorso artistico?

«Ho sempre avuto la passione per la scrittura: fin da quando ho iniziato a leggere, mi sono cimentato in racconti che “scimmiottavano” ciò che leggevo (Salgari, Rodari, Roald Dahl, ecc…). Poi, pian piano, ho iniziato a lavorare su un mio stile, sull’originalità delle idee. Credo di dover ringraziare mia madre, che ha instillato in me la passione per i libri. La scrittura, invece, è venuta da sé. E qui torniamo a quel concetto di “bisogno” che ad un tratto senti dentro di te».

3) Quanto hanno influito le tue letture sulla definizione del tuo stile letterario? Un amore viscerale nei confronti di un autore, può rappresentare un ostacolo verso un’espressività libera da padri e maestri?

«Le letture influiscono, è inevitabile, fosse anche solo a livello inconscio. Hornby, King, Benni, Vonnegut e tutti gli altri autori che amo mi hanno sicuramente formato come scrittore, e di tanto in tanto in ciò che scrivo è evidente l’eco di alcune loro tematiche, del loro stile. L’importante è non lasciare che queste influenze abbiano il sopravvento sulla tua originalità e sul tuo modo di raccontare una storia. Mi piace pensare ai miei scrittori preferiti come a delle guide: loro mi indicano la via da seguire: poi, però, la strada devo farla da solo».

4) C’è un momento della giornata in cui preferisci dedicarti alla scrittura? Cosa usi per scrivere: la bic, la vecchia Lettera 32 o il notebook?

«Purtroppo il lavoro che faccio (giornalista) non ti lascia moltissimo tempo libero, ma quando torno a casa dalla redazione, se non sono troppo stanco, mi butto in qualche storia: è anche un modo per rilassarsi e per evadere da una routine che a volte sa essere estraniante. Quindi in genere lo faccio prima e dopo cena. Ho sempre usato il PC, ma qualche mese fa, per il mio compleanno, un’amica mi ha regalato proprio una Lettera 32: ci sto prendendo confidenza e devo dire che ha un fascino tutto suo. Il rumore dei tasti, il “campanellino” quando vai a capo… Cose quasi sconosciute, per quelli della mia generazione. Quando voglio prendermela comoda mi affido a lei, altrimenti preferisco il computer, con il quale sono molto più veloce».

5) Per il tuo ultimo romanzo, Come Dennis Bergkamp (o l’amore ai tempi del giornalismo sportivo precario) (Augh! Edizioni – 2017), hai scelto di rivolgerti ad agenzia letteraria Riscrivimi, mentre in precedenza avevi sempre agito in autonomia, tanto nella correzione dei testi quanto nella ricerca di un editore. Come giudichi l’esperienza con noi?

«Ottima, e aggiungerei determinante: senza Riscrivimi il mio romanzo, con ogni probabilità, sarebbe ancora in letargo nel mio hard disk! Grazie a voi, invece, è stato pubblicato. Lavorare con Giuseppe Palladino mi ha permesso di “mettere a punto” la storia che avevo scritto: dietro i suoi preziosi consigli, ho tagliato le parti che rallentavano la narrazione ed ho aggiunto qualche passaggio che invece la rendeva più fresca, vivace, in perfetta armonia con il resto del libro. Consiglio a qualsiasi aspirante scrittore che abbia un’opera nel cassetto di rivolgersi a Riscrivimi per avere un parere competente, professionale e soprattutto sincero su ciò che ha scritto e, se il lavoro è valido, per trovare una casa editrice interessata alla pubblicazione».

6) Restiamo sulla tua ultima pubblicazione. Come stanno andando le vendite? Ci racconti un aneddoto singolare legato al libro?

«Finora abbiamo venduto oltre duecento copie: un risultato che mi rende orgoglioso, ma la strada (spero) è ancora lunga per Come Dennis Bergkamp. Per quanto riguarda l’aneddoto, tira in ballo proprio le vendite: tramite i social, infatti, ho scoperto che il libro è stato acquistato da persone che io non conosco e che vivono un po’ in tutta Italia. Milano, Torino, Taranto, Napoli… Illustri sconosciuti hanno acquistato il libro di un altro illustre sconosciuto. Così, sulla fiducia. Questo mi fa sentire immensamente felice: pensare che negli scaffali di case milanesi o bolognesi compaia anche il mio romanzo non ha prezzo. E’ la soddisfazione più grande, io credo, per chi vorrebbe guadagnarsi da vivere scrivendo».

7) Non hai mai negato che nel romanzo sia presente una componente autobiografica molto forte. Com’è stato mettersi a nudo, darsi in pasto alla gente, rivelarsi senza troppe maschere?

«Lì per lì, durante la stesura, non ci ho dato peso: era una storia che avevo dentro da tempo e che sentivo il bisogno di tirar fuori, perciò mi è venuto naturale dare al protagonista il mio nome e raccontare una parte di me. La cosa strana è che adesso, quando parlo con qualcuno che ha letto il mio libro, mi rendo conto che sa molte cose sul mio conto, anche se ci conosciamo a malapena. A volte è buffo, perché io chiedo: “Come lo sai?”. E loro, puntualmente: “Lo racconti nel libro!”».

8) Ci dici quali sono i tuoi 10 libri della vita?

«Questa è difficile, ma mi cogli preparato perché di recente ho provato a stilare una classifica dei trenta libri della mia vita. Quindi… Al primo posto metto It di Stephen King, il romanzo che mi ha letteralmente cambiato la vita. Poi non possono mancare Furore di Steinbeck, Il Conte di Montecristo, Saltatempo di Stefano Benni, Cent’anni di solitudine, il Don Chisciotte, Alta Fedeltà di Nick Hornby. Chiuderei la top-ten con il magnifico Stoner di John Williams (suggeritomi proprio da te, qualche tempo fa…), La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker (un libro che tutti gli amanti della scrittura dovrebbero leggere, a mio parere) e l’immancabile Il giovane Holden».

9) Nella tua vita e nel tuo lavoro, il calcio ha un valore primario, che poi ritroviamo tutto anche in Come Dennis Bergkamp. Stai portando avanti dei progetti davvero interessanti, assieme ad altri calciofili: alcune pagine Facebook (Storie del Boskov, La vita è un dribbling) in cui il calcio viene raccontato con poesia, nostalgia, ironia e magia. Come nasce quest’idea? È possibile che tutto o una parte di questo materiale confluisca in un libro da dare alle stampe?

«L’idea nasce dalla convinzione che il calcio è, a suo modo, una forma di arte, perché racconta la vita. Proprio come fanno una canzone, un romanzo o un dipinto. Da lì, l’amore per la scrittura ha fatto il resto. Raccontare le gesta dei van Basten, dei Maradona e dei Totti, ma anche di personaggi meno noti come Susic, Ginulfi, Meroni è il nostro obiettivo: far vedere la vita ed il mondo attraverso il calcio. Con i ragazzi di Storie del Boskov stiamo progettando un libro in cui raccoglieremo alcune storie uscite sul sito e altre inedite: Puskas, Borgonovo, Jock Stein, Rocastle… Uomini con le loro storie e le loro vicende, prima ancora che calciatori».

10) Chiudo con la classica domanda di rito: cosa nascondi nel cassetto? C’è un nuovo romanzo in fase di ideazione?

«C’è una mezza idea, un progetto ancora embrionale, ma che mi affascina molto: un libro su Rudi Völler, celebre attaccante tedesco della Roma a cavallo tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90. Vorrei raccontare, attraverso gli occhi di un bambino di fede giallorossa, Roma e la Roma di quegli anni: realtà che sembrano lontane anni-luce da quelle che viviamo oggi, nonostante siano passati circa trent’anni. Per ora è solo un progetto: vedremo se andrà in porto…».

P.s. Io la mia copia del libro sul tedesco volante l’ho già prenotata…

Giuseppe Palladino

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