“Mamma, papà: mi trasferisco in Brasile!”

Fiorino Smeraldi, autore di Note di vita, ci racconta di come l’amore l’abbia trascinato dall’altra parte del mondo.

 

Sono ormai 7 anni che vivo in Brasile. A Salvador de Bahia.

Il resto della nazione l’ho visitato poco. Sono andato a Fortaleza, nello Stato di Ceará, ho visitato l’interno di Rio Grande do Norte e poi São Paulo. Rio de Janeiro ancora non l’ho vista. O meglio, l’ho ‘sfiorata’ due volte, sempre complice uno scalo all’aeroporto, ma troppo poco tempo per poter fare una passeggiata in città.

Il Brasile è una federazione di Stati grande quanto un continente. Non capisco proprio i turisti che in 10 giorni di vacanza pretendono di vederlo tutto. Si torna indietro e magari si pensa di aver speso un sacco di soldi per qualcosa che non valeva la pena. Sbagliatissimo. Raramente nella vita si incontra qualcosa di paragonabile al Brasile.

Solo lo Stato di Bahia in cui vivo è più grande dell’Italia. Quando racconto che da noi ci sono 500 km tra Milano e Roma, i miei amici brasiliani mi rispondono: “Va beh… sono attaccate!”.

I portoghesi, ai tempi, chiamavano queste colonie ‘I Brasili’. Non aveva senso accomunare un Pernambucano del Nordest a un Gaucho del Sud.

Bahia, in particolare, è qualcosa di diverso da tutto il resto.

Quando Cabral, nel 1500, ha ‘scoperto il Brasile’ (lo metto tra virgolette perché qui fanno notare che la storia del Brasile non inizia con l’arrivo dei portoghesi), è arrivato proprio su queste coste. Qui si è svolta la storia di Catarina Paraguaçu e di Diogo, una versione Brasiliana della vicenda di Pocahontas.

E São Salvador da Bahia de Todos os Santos, o semplicemente Salvador, è stata la prima capitale del Brasile costruita dai colonizzatori europei. Arrivati nel 1500, hanno iniziato a edificarla nel 1544. Se la son presa comoda. Si erano già adattati al ritmo locale!

Avendo collocato qui la capitale, inevitabilmente Salvador diventò il principale riferimento sudamericano per la tratta degli schiavi importati dall’Africa. Per questo ancora oggi la società bahiana è fortemente influenzata dalla cultura africana.

Lo si vede ad esempio nella cucina. Olio di dendê ovunque. E a ogni angolo di strada è possibile mangiare un’acaraje, che nel dialetto africano significa ‘Palla di fuoco’. Massa di fagioli, fritta nell’olio di dendê ovviamente, e condita con concentrato di peperoncino, generalmente accompagnato da gamberi. La prima volta che la mangi rischi la vita. Subito dopo ne vorrai ancora.

Ma principalmente l’influenza africana la si nota dal modo di porsi della gente di qua, nei confronti della vita. Potrei provare a spiegarlo, ma dovrei essere uno scrittore assai migliore di quello che sono per farvelo capire. Sono quelle cose che non si spiegano, ma che si comprendono solo nel momento in cui si provano.

Io ho avuto un impatto traumatico col Brasile.

Quando dissi ai miei genitori che mi sposavo con la mia fidanzata brasiliana, mia madre impazzì di felicità, perché dava per scontato che sarebbe stata lei a trasferirsi in Italia. Mio padre, più realista, mi disse: “Guarda che vivere in Brasile non è come andare a Londra, a Parigi o negli Stati Uniti”.

Ricordo ancora che gli risposi: “Papà! Siamo nel 2010, vivere qui o vivere lì è la stessa cosa!”.

Dopo il primo mese lo chiamai e gli confessai: “Avevi ragione tu!”.

Io mi stavo trasferendo per amore. Niente mi avrebbe fermato, ma il problema era che la mia capacità di giudizio sulla vicenda era forse un po’ inficiata dai sentimenti per la mia attuale moglie.

Lei, ai tempi, non viveva neanche a Salvador, che per quanto differente dal centro di Milano o di Venezia – ai quali ero abituato – è pur sempre una città internazionale che conta 3 milioni di abitanti. Ci trovi di tutto.

Viveva a Camaçari, a 50 km dalla capitale.

Camaçari ha la particolarità di avere un Comune estesissimo. Sulla parte costiera ci sono quelle spiagge da cartolina tipiche di quando immaginiamo il Brasile. 50 km all’interno c’è il centro città, di fianco al polo petrolchimico più grande del Nordest del Brasile. Un luogo bruttissimo, malsano e pericoloso.

Chiaramente, data la mia totale ignoranza in merito alla geografia brasiliana, quando cercai su Google mi concentrai solamente sulle spiagge. Il resto neanche lo notai.

Pensai: “Va’ che figata!”. Già m’immaginavo in bermuda e camicia a fiori tutto l’anno. Stile Magnum P.I. con l’oceano Atlantico al posto del Pacifico.

Ovviamente, siccome mia moglie ai tempi stava a casa dei miei suoceri, presi in affitto una stanza nelle vicinanze. Poco fuori il polo petrolchimico. Non era esattamente il Brasile sponsorizzato dalle agenzie di turismo. Però era una terapia d’impatto sul cambio culturale che mi aspettava.

Se ancora oggi non posso dire di aver capito i Bahiani… figurarsi ai tempi. Vanno in giro per la città sempre sorridendo. Il fatto che io avessi gli occhi chiari faceva scalpore tra i bambini, coi quali mi fermavo a giocare a calcio in strada. Tutti mi sorridevano ed erano super gentili. Tanto che mi venivano i dubbi: “Vogliono fregarmi il portafoglio?”. E invece no, erano gentili sul serio e desideravano solo aiutarmi. Ma io non mi fidavo.

Quando passeggiavo con mia moglie in strada, lei salutava tutti: “Buongiorno… salve!… come va?”. E le dicevo: “Amore, caspita… conosci proprio tutti!”. E lei: “No… chi li ha mai visti? Solo che se incontro una persona la saluto… mi hanno insegnato così”. Una logica banale, buona educazione elementare, ma che mi sembrava talmente strana!

Appena posai le valigie nella stanza che avevo preso in affitto, suonò il citofono. Era il proprietario della farmacia sotto casa che mi fece scendere per presentarsi: “Io sono il farmacista, lui è il proprietario del bar, lui lavora un po’ più in là. Tu sei appena arrivato, se hai bisogno di qualcosa, chiedi a noi”. Io neanche parlavo portoghese ancora, figurarsi.

Solo che poi si palesò subito una delle contraddizioni del Brasile. La sua parte violenta.

Nella via in cui abitavo, non sto dicendo nella città, non sto dicendo nel quartiere, ma proprio nella mia via, 200 metri scarsi di strada, nei 40 giorni che sono rimasto là ci sono stati 4 omicidi.

E vedevo che man mano i killer si stavano avvicinando al mio civico…

Il primo assassinio avvenne all’inizio della strada. Poi ci fu un duplice omicidio nel supermarket a metà strada. L’ultimo fu il mio vicino di stanza.

A quel punto ero abbastanza deciso. “Amore… prendiamo il biglietto per Milano. Io qui non ci rimango”.

E la cosa che mi spaventava di più era che il giorno dopo in strada si parlava degli omicidi come si discutesse dei risultati delle partite della domenica.

Per me era la fine del mondo. Loro ci erano abituati. Io non volevo abituarmi.

Qualche tempo dopo un giornale titolò: Meraviglia! Solo 4 omicidi nel fine settimana!

MERAVIGLIA?

Mi feci coraggio. Mia moglie valeva più di tutto. Provai a spiegarle che l’avrei amata anche a Milano, che nonostante il degrado degli ultimi tempi, sarebbe stato comunque un posto più sicuro. Ma preso atto che lei non si sarebbe mai mossa, ho dovuto per forza di cose adeguarmi.

E devo dire che una volta trasferitomi a Salvador, le cose sono abbastanza migliorate.

Anche se il primo giorno passato da solo a Salvador incontrai per caso un italiano sulla quarantina che mi portò a visitare la favela in cui viveva.

Capirai. Io ero vestito alla Briatore: pantaloni bianchi, Polo blu, occhiali da sole, capelli bagnati tirati all’indietro… Siccome avevo capito l’andazzo, in quel posto non volevo entrarci.

Ma il tipo insisteva tanto: “Tranquillo, è mia moglie che comanda qui… non ti preoccupare!”.

Il luogo tuttavia non era dei più rassicuranti. Però che vista! Aperta sull’oceano! Un tramonto che non vi dico. Non era un caso che di fianco a quella favela sorgessero i grattacieli più esclusivi di Salvador.

Poi mi presentò la moglie. Brutta e vecchia: faceva paura a guardarla. Sembrava Mamma Fratelli de I Goonies, però con la barba folta.

Lui, vergognandosi, senza alzare gli occhi da terra mi disse: “Lei… lei è mia moglie!”.

Dopo mi raccontò la storia. In poche parole aveva bisogno del visto per rimanere in Brasile e lei glielo aveva offerto, assieme a una casa in cui stare. Storie di miseria umana che a Bahia si incrociano su scenari da sogno.

Fiorino Smeraldi

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