Il calcio e il Brasile

Una partita di pallone con Fiorino Smeraldi… sulle spiagge di Salvador de Bahia!

 

Il Brasile mi ha causato uno shock culturale piuttosto forte, anche su aspetti di vita per i quali, in teoria, non avrei mai immaginato di dover subire un ‘trauma’. In fin dei conti arrivavo nel Paìs do Futebol! Ero sicuro che, almeno per quanto riguarda il calcio, mi sarei trovato bene! Così, man mano che facevo amicizia con le persone di Salvador – coi soteropolitani, come vengono chiamati – iniziavano ad arrivare i primi immancabili inviti per andare a giocare a pallone.

Ricordo ancora la prima volta, mi dissero: “Va bene dai… ci troviamo lì in spiaggia domenica alle 7”. Io, ingenuamente, risposi: “Alle 7 della sera?”. E loro stupiti: “No, no… 7 del mattino”.

Siccome il calcio a 5 piace, ma molti preferiscono il classico 11 contro 11, quando si va a giocare in spiaggia bisogna tener conto dell’orario. Perché, se la lunghezza del campo non è un problema, dato che la città è interamente costruita sulle spiagge, per quanto riguarda la larghezza del rettangolo di gioco bisogna tener conto delle maree. Quindi, se la marea è bassa la domenica alle 7 del mattino, si gioca la domenica alle 7 del mattino. Stop. Poi, d’estate, questo aiuta a non arrostire sotto il sole tropicale di Bahia…

Solo che io abitavo dall’altra parte della città. E ancora non avevo la macchina. Per essere al campo alle 7, dovevo alzarmi alle 5.30, prendere l’autobus e attraversare tutta Salvador. Alle 5.30 della domenica. Per giocare a calcio. Neanche quand’ero un ragazzino invasato arrivavo a tanto!

Ma erano i primi tempi, avevo bisogno di fare pubbliche relazioni, e sapevo bene che poche cose nella vita permettono di stringere amicizia come il calcio.

Quindi io, al sorgere della domenica, prendevo il mio autobus, e arrivavo sino alla spiaggia prestabilita.

Quello che mi lasciava senza parole era scoprire che… non eravamo i primi. C’era gente del turno precedente. E pensavo: ‘A che cazzo di ora si sono alzati questi qua?’.

Tra le altre cose, pur essendo una mera partita tra amici, è fondamentale avere un arbitro. Prima che le cose degenerino completamente. Quindi, invece che mettere i soldi per il campo, si mettevano i soldi per l’arbitro. Assurdo!

La cosa che mi sorprese positivamente, e che vorrei si importasse anche in italia, fu scoprire che io, in quanto portiere, non dovevo pagare! Data la penuria di estremi difensori, in un Paese in cui chiunque si crede Ronaldo il Fenomeno e vuol giocare davanti, un volontario per giocare in porta è una sorta di mosca bianca, e ha diritto a non pagare perché s’immola a difendere i pali.

Ma tutto il Brasile vive il calcio, in una maniera diversa però, da come siamo abituati in Italia. Da noi, il calcio è un’ossessione. I gol in televisione passano a ripetizione per tutta la settimana, ci si scanna per un un rigore non dato e si smette di parlare all’amico per il derby perso.

Per i bahiani, invece, i calcio è un’estensione del proprio modo di essere e pensare la vita. Un’estensione del corpo e della mente. Tanto per farvi capire: qualche anno fa uscì al cinema un film (Bahêa Minha Vida) sulla torcida, il tifo organizzato della squadra del Bahia. Il Bahia è un team dal passato glorioso, due volte campione nazionale, ma che ora fa l’ascensore tra la serie A e la serie B brasiliana.

Quando il film debuttò nelle sale, credo fece il record storico d’incassi già il primo giorno, nella città di Salvador. Oggi penso che se la giochi coi nuovi episodi di Guerre Stellari. E quando ero in coda per entrare, vedevo la gente uscire dallo spettacolo precedente… piangendo disperatamente e abbracciandosi commossi, quasi come a un funerale. E poi notai che anche quelli in fila con me erano in lacrime, e io mi chiedevo: ‘Ma voi il film ancora non l’avete visto, che cazzo piangete?’.

Era un delirio collettivo. Psicosi.

Ho visto un vecchio video su youtube (https://www.youtube.com/watch?v=5XhCv0amUzI). Prima di una partita, quando il Bahia era in serie C tipo, stadio strapieno, i tifosi si sono presi per mano e ad alta voce hanno iniziato a recitare il Padre Nostro. In mezzo a loro ci saranno stati banditi, ladri o assassini, ma vi giuro… non sapevo cosa dire. Qualcosa che mi ha lasciato senza parole, inspiegabile e incomprensibile agli occhi di un europeo. Ci si potrebbero scrivere trattati di psicologia e sociologia sul rapporto che un brasiliano, e un bahiano in particolare, ha col calcio. Ed è qualcosa che va al di là dei titoli vinti dalla Nazionale brasiliana, e che va ben oltre il risultato di una partita. È parte integrante del tessuto sociale, si connette strettamente a tutti gli aspetti della vita di un Paese.

Qui a Salvador, a differenza che da noi, non preservano molto il patrimonio architettonico. Buttano giù case d’epoca per costruire palazzi nuovi. L’edificio in cui abito è stato edificato nel 1971. Ed è considerato antico! Ho paura che prima o poi si presenti qualcuno con una ruspa e lo butti giù! E ogni palazzo nuovo costruito, viene fornito di più infrastrutture possibili. Quindi ci mettono la piscina, la palestra… e ovviamente, inevitabilmente, il campo da calcetto.

In un edificio qui vicino, siccome non avevano spazio per costruire il campo da gioco, hanno deciso di metterlo sul tetto. De Gregori cantava Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, Sole che batte sul campo di pallone. Ecco… qui a volte le due cose coincidono!

Poi, il giorno della partita poi, la città si ferma. Si blocca letteralmente! Quando segna il Bahia, in tutta la città iniziano sparare i fuochi d’artificio, sembra capodanno. Recentemente, il Bahia ha vinto la Coppa del Nordest. Non esattamente la Champions League…

Credetemi, non potete neanche lontanamente immaginare la festa che ha invaso la città!

Perché poi, anche il concetto di festa è diverso qui. Si può far festa con tutto e, soprattutto, con poco.

La prima volta che andai a tagliarmi i capelli nella bottega sotto casa, uno dei due barbieri presenti, dal niente prese in mano una chitarra e cominciò a suonare. Poi mi chiese: “Sei Italiano? Allora tu canta e io ti accompagno”. Avevo trovato il barbiere patito di musica italiana, pazzesco. Non feci in tempo a dirgli di no, che mi vergognavo, che lui aveva già attaccato l’inossidabile ‘O sole mio. Allora gli feci notare che il napoletano non lo conoscevo, e ci accordammo per una più semplice Volare. Su Modugno, mi sentivo in comfort zone. E quindi, contagiato dalla loro allegria, iniziai a cantare a squarciagola: “Volare oh, oh… cantare, oh, oh, oh, oh…”.

Neanche me ne resi conto, e io, piuttosto timido e riservato, stavo cantando – in maniera agghiacciante, non lo metto in dubbio – davanti a 3-4 clienti del negozio, che ovviamente mi prendevano bellamente in giro. E dopo Modugno fu il turno di Rita Pavone, Ramazzotti, Gino Paoli e la Pausini…

Invece che farmi i capelli in 20 minuti, ho finito per stare lì 2 ore, perché ormai ci avevo preso gusto. E non ero neanche ubriaco! E mi sono divertito. Mi ero fatto coinvolgere da loro. Che mi stavano spiegando che per cantare non devi per forza essere Sinatra, che per farti piacere il calcio non devi per forza vincere la Champions, e che se l’allegria ce l’hai dentro e non l’aspetti da fuori, tutto può diventare una festa.

Era il loro benvenuto a Bahia.

di Fiorino Smeraldi

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