CASCATE

If you don’t like the weather, just wait five minutes recita la t-shirt di un manichino in una delle tante boutique di souvenir dell’aeroporto. Ho bisogno di fumare, i vizi ti seguono anche in capo al mondo. Scendiamo le scale mobili di corsa, sbagliamo strada, le risaliamo con la testa bassa e la voglia di soddisfare ogni velleità. Entriamo nel reparto alcolici del duty free: una bottiglia di vodka, una di gin.

Manca un quarto d’ora all’incontro con Ingolfur, l’operatore dell’autonoleggio che ci deve consegnare le chiavi del Jimny: c’è tempo per un paio di sigarette. Guardo com’è vestita la gente al di là del vetro che ci separa dallo scoperto e la imito.

Non basta.

Il primo piede messo fuori dall’aeroporto è un passo sulla via di casa. Il vento è freddo, forte, arriva da più parti, non ha padroni. Ma chi me l’ha fatto fare? Potevo rimanere nella placida Bologna, le ultime giornate di primavera profumavano di musica dolce: “La strada chiama, la nostra funzione nel tempo è andare”, dice Barba guardandosi attorno.

Ci sono modelle che servono caffè annacquati, plotoni di asiatici con le reflex già sguainate, pallidi raggi di sole che entrano negli sbadigli di alcuni steward appena atterrati. E non c’è ancora Ingolfur coi nostri nomi scritti in bella vista su un foglio di carta. E il tempo effettivamente sta cambiando: tremo, non mi sento le dita dei piedi.

Il primo islandese che dovevamo conoscere si chiama Pablo ed è colombiano. Ingolfur non poteva venire, ciaveva da fare. Pablo indossa dei pantaloncini hawaiani, deve vivere qui da anni, si sarà abituato al clima, io vorrei accovacciarmi in posizione fetale nello stomaco di un grosso orso. Ci consiglia di aprire, tenere e chiudere le portiere della jeep con due mani, al vento piace portarsele. Ci assicuriamo contro tutto, eccetto il nostro entusiasmo, partiamo ed è subito orizzonte sconfinato, sole che baruffa coi cirri, asfalto come crosta spuria della brulla terra: “Non ho mai visto nulla di simile, guarda come corrono quelle nuvole!”.

Siamo a Reykjavik, dobbiamo ritirare delle bombole di butano comprate on-line. L’architettura è quella delle grandi città scandinave, i pub tra qualche ora fischietteranno stornelli irlandesi, un cantiere si rianima lento; barche ormeggiate, banche aperte, ciclabili sinuose e ‘angeli caduti dal cielo’ che vanno al lavoro. Ce l’aspettavamo esattamente così.

In questo anfratto di modernità ci torneremo tra quattro giorni, ora dobbiamo fare la spesa al Bonus, il discount dal logo testa-di-maiale, e poi lasceremo la vik, la baia. Dall’Italia ci siamo portati alcune buste di liofilizzati della Knorr, Grana Padano di sottomarca, pecorino romano stagionato, biscotti al cioccolato e mandorle sgusciate. Ci serve il resto. Il supermercato è chiuso. Non ci serve più il resto. Sfrecciamo ai settanta all’ora verso il Circuito d’Oro, il fiore all’occhiello dell’industria culturale e turistica islandese.

Secondo la Rough Guide, nei paraggi hanno edificato il primo parlamento, c’è il lago più grande dell’isola, il continente europeo e quello nordamericano s’incontrano in una faglia che li unisce separandoli. È tutto vero, le anatre selvatiche tagliano il cielo in tanti piccoli rombi blu.

Parcheggiamo vicino al centro visitatori e subito veniamo accolti da un senso di quietudine. Ci allontaniamo dalla ciurma di curiosi, guadagniamo la sponda del lago. L’aria frizzante si fa spazio nei polmoni mentre i germani reali pescano svogliati.

Sotto di noi la terra borbotta e venti chilometri più in là scoppia con violenza, all’improvviso, bagnandoci completamente d’acqua calda. Geysir, l’esuberante, non si sfoga da anni, ma i suoi vicini fanno la gioia di cento adulti tornati bambini.

I fumi umidi di zolfo serpeggiano tra le gambe, cappello-alla-pescatora urla di spavento, un’altra eruzione d’acqua, “la foto è venuta o no?”. Ci sono degli italiani e degli spagnoli, ne troveremo solo qui, non è un viaggio per latini questo.

In un’area pic-nic mangiamo del pane comprato in una pompa di benzina, del formaggio fuso e alcuni biscotti. Ora fa incredibilmente caldo, quella t-shirt me la devo comprare.

L’abbiocco ci placca, abbiamo trascorso la notte in bianco, meglio rimetterci sulla strada e fregarlo con la frenesia della scoperta.

Adesso l’acqua la vediamo andare in direzione contraria, giù

nella gola di Gullfoss, il rumore del tuono nel sangue, “se qui uno si butta non lo ritrovano più”, sentiamone la rabbia più da vicino, dal ciglio: “Prendiamo un sasso – lo fanno anche gli islamici a La Mecca – lo carichiamo con tutte le nostre paure, i nostri errori, le continue disillusioni perpetuate dall’egemonia dell’ignoranza e lo lanciamo nel cuore della cascata” e guarda un po’, passano cinque, dieci, venti minuti e un arcobaleno nasce da uno stormo di gocce e si va a posare sull’erba verde di un pascolo al sole. Ovunque mi giri è una cartolina, non si può continuare a vivere con la stessa scala di valori, qui la bellezza li ridefinisce, modifica le necessità, forse sublima. Venite a rispettarla.

Rimettiamo le ruote sulla ghiaia. Stando alla nostra tabella di marcia, ci tocca pedalare per un paio d’ore verso l’interno: duecentocinquanta chilometri di deserto lunare per aggirare l’Hekla, uno dei tanti vulcani attivi, e giungere in una valle mozzafiato ad accamparci. “Speriamo che la strada sia aperta, molte sono ancora ghiacciate”. Summer is coming però non ancora: niente da fare, non si passa. Ci scoraggiamo, ma siamo talmente sazi di emozioni che decidiamo di volerne ancora e così ci ritroviamo in cima a un colle, circondati dalle fattorie, in un tramonto interminabile, da tutt’altra parte.

La brezza è così potente che ci mettiamo mezzora a piantar la tenda. La fine del giorno si compone di risotto ai funghi, gin lemon e cavalli liberi in lontananza che vedo solo di sfuggita perché mi sto addormentando nella luce della notte senza oscurità.

La sveglia è una tenda che traballa al vento del Nord. E dell’Est. E del Nord-Est. Poche ore prima è crollata, il volto dormiente di Barba ne ha toccato violentemente il tessuto. Non me ne sono accorto, ero in coma.

Sono in Islanda, bisogna alzarsi. Tutt’attorno nubi grevi, pascoli deserti, la quiete dopo e prima della tempesta. Bevo dell’acqua, ingollo biscotti, orino e il freddo entra nella patta, sale l’addome, s’innesta nel cervello. Siamo in Islanda, bisogna andare. “Allora, secondo il sito dell’Anas islandese, se ci dirigiamo verso Est troviamo ore di burrasca, venti a trenta nodi, sei ore di macchina per arrivare a Mývatn e nei prossimi giorni avremo tempo instabile. Se invece andiamo a Ovest, tornando un po’ indietro, ci becchiamo una bella giornata per vedere la penisola di Snæfellsnes, andiamo a campeggiare lì, dove diceva il Bogus, e nei prossimi giorni il meteo sarà come nell’altro caso ma, così facendo, perderemo parecchio tempo, e quindi la possibilità di vedere Jokusarlon, Godafoss…”. La rassicurante comodità dell’Ovest contro l’eterno ritorno di un muro a Est. Non ci sono dubbi: corriamo verso il sole che sorge dall’orizzonte dietro cui non è mai tramontato. “E poi sai cosa? Siamo in Islanda, anche se nessuna guida lo consiglierà mai, vivere una delle tempeste che passano di qui è un’esperienza mistica!”.

“Sempre che si riesca a sopravvivere per raccontarla…”.

Uno squarcio di luce si apre tra le nuvole screpolate. Ricompaiono greggi di agnelli e mandrie di cavalli, ieri ne abbiamo visti a bizzeffe, li allevano soprattutto per i piatti del resto del mondo.

Avvistiamo Seljalandfoss alle dieci del mattino. Fa impressione, è un gigante d’acqua dolce incazzato e casinista. Misurando i passi sui sassi lisci, gli andiamo dietro e lo schermo cala sul mondo. Malgrado gli altri impermeabili bagnati, mi sento in un luogo sicuro, da solo; un posto dove il frastuono impedisce la chat. Respiro, rilasso le scapole, ammiro. A malincuore, esco dalla grotta e ritorno al di là.

Perdo Barba, passeggio con le mani giunte dietro la schiena, scopro le cascate minori. La pretesa di una pace è stata soddisfatta, per l’attimo di una fotografia sono stato l’ultimo essere umano al mondo, “e ti dirò che non si stava malaccio”. Una coppia di novelli sposi s’abbarbica su una gobba d’erba: posano per il book ma dovranno fare in fretta, il tempo cambia, pioverà, piove.

Ribecco il mio compagno di viaggio, mettiamo le giacche ad asciugare nel Marasma, l’entità paranormale che bivacca sui sedili posteriori e avanza piano, inghiottendo quel che manca nel momento del bisogno. Nel suo ventre sono scomparse le parole: calzini, asciugamano, marsupio, belligeranza, empowerment, ottusità.

Non facciamo in tempo a commentare la meraviglia appena lasciata che subito ce ne si presenta un’altra simile: Skogafoss. Guardandola, sospiro di sollievo: la sorte di ogni persona smarrita sul globo, non mi preoccupa più. Quella della fotocamera sì, però! Mi è caduta, “io cerco qua e tu di là”, avevo la tasca aperta, “trovata?”, devo ripercorrere la via dell’andata, metafora orribile che un giapponese dal sorriso aperto spazza via, riconsegnandomela intatta – sono addirittura felice di sentirla fradicia.

Siamo in cima alla cascata, cavalchiamo il promontorio, laggiù c’è il tetto rosso di una fattoria isolata, un gregge di caprette nere, nane, vivaci; dietro di noi, la furia di alcuni dèi sta montando.

Scendiamo al parcheggio, sono le quattro del pomeriggio, è ora di pranzo. Abbiamo gli orologi biologici di una rockstar che si tiene in vita a botte di luci e ombre. Zuppetta della Knorr, pecorino a iosa, sguardi famelici di polacchi senza bisaccia. Fumo una sigaretta con lentezza, ci attende la costa Sud, stiamo per attraversare la rabbia di Thor: non si sa mai.

Si riparte e la bomba d’acqua è subito addosso al Jimny, lo squassa, barcolliamo pericolosamente lungo la linea retta dell’infinito deserto roccioso. Barba ha gli occhi di un esploratore affamato, non molla la presa sul volante, rimaniamo in sella.

“Chissà che fa Luciana a casa…”; “Lo sapevi che Guglielmo si è messo con Letizia?”; “Se quello era un indiano d’America, lo chiamavano Testa Di Cazzo”; “Perché gli islandesi fanno i ponti più stretti delle strade?”.

A furia di chiacchiere, arriviamo nell’occhio del ciclone; tiriamo il freno a mano davanti al Vatnajökull, il ghiacciaio più grande d’Europa. Piedi a terra, bussiamo alla sua porta: ci apre il silenzio, ci accarezza, mi commuovo. Fiori viola spuntano dalla roccia rude, ci ringraziamo per essere venuti fin qui.

Ed è di nuovo acqua piovana tagliata dal parabrezza. Ci lampaggiano coi fari, in Islanda si tengono accesi anche di giorno. Il respiro delle cose passate ci sospinge a cercar le future, ovvero un fondale surrealista dove gli iceberg fluttuano lenti sullo specchio del fiume che li porta all’oceano. Su di essi, tra gli spigoli ghiacciati, alcune sterne artiche sonnecchiano placide. Sgommiamo sulla sabbia nera di una spiaggia mefistofelica, evitando di cozzare contro prismi di ghiaccio arenatisi sulla battigia. Lasciamo Jökulsárlón nello specchietto retrovisore.

In macchina manca lo spazio: è un Jimny, c’è il Marasma, siamo due bellimbusti dalle gambe lunghe, fortuna che c’è la parola ad aprirci gli occhi sui campi del discorso. Eccoci dunque a dichiarare amori, spargere saggezza, leggere le vite degli altri spremendo il nostro presente in gocce di ricordi. “Guarda là!” grida Barba, richiamandomi all’ordine della realtà: alla nostra destra, ormai sotto di noi, i Fiordi Orientali. Alti, paurosi, nativi. La strada li accarezza con pazienza, smussandone i grandangoli. Zigzaghiamo a strapiombo su una baia larga e placida: un peschereccio la taglia perfettamente in due… l’attimo è perfetto, scatto una polaroid abbassando le palpebre e mi addormento poco più in là, nel letto vero di un ostello chissà dove.

Ci svegliamo riposati, l’ostellante che ci ha accolti alle tre di mattina è la stessa che ci saluta alle dieci. Logorroica come la tabaccaia di ieri e il negoziante di domani, non la smette di darci consigli. Sembra che gli islandesi si stiano lentamente ridestando da una specie di letargo dialogico: hanno voglia di parlare, di farti capire quanto amino le loro isole, di conoscerti meglio prima che ritorni un’altra stagione delle ombre. Nell’emporio di un piccolo villaggio di pescatori compriamo sigarette, portachiavi e null’altro, perché siamo due pezzenti nella nazione più cara d’Europa. Peccato non essere ricchi, quegli scaldacollo in lana merinos e i mantelli di renna ci sarebbero tornati comodi.

Mettiamo in moto e ritroviamo un altro deserto lavico che si estende a perdita d’occhio, nella nebbia che si mescola alla pioggia. Siamo a Nord-Est, la terra qui non regala primizie, solo chiazze di nevi antiche. Dietro la curva, ça va sans dire, tutto cambia.

La solfatara di Namaskard è alle pendici del Krafla, un vulcano avvolto dalle nubi. A tutta prima è ampia quanto un desiderio realizzato: ho sempre immaginato di sbirciare dalla porta dell’Inferno. I piedi affondano nella melma rossa, non ci si può avvicinare troppo ai camini gorgoglianti, l’aria puzza come l’acqua calda dell’ostello. Ci lasciamo andare, ognuno a spasso sulle proprie orme. Guardandomi attorno, spero di essere morto il giorno in cui il pianeta presenterà il conto. Vengo attratto dalla paura della temporaneità, mi struggo e al contempo prendo coscienza della mia finitudine. M’intasco dei piccoli sassi, torniamo in macchina, c’è un vulcano da scoprire.

Centro metri di dislivello ed è già proibitivo uscire dall’auto per cucinare. Lo facciamo a turno: uno controlla la frittata, l’altro si scalda le mani sul cruscotto. “Queste uova hanno un sapore strano” commentiamo, ma non sono le uova a essere andate: al posto del sale, ci abbiamo messo il bicarbonato di ammoniaca. “Ecco perché anche i risotti e le zuppe dei giorni scorsi avevano questo gusto!”. Siamo due plurilaureati in lingue, ci sembrava abbastanza aver letto salt sul contenitore per comprarlo… comunque non moriamo, sbuca un’altra busta di risotto, facciamo tre volte la scarpetta e perlustriamo la zona.

Due laghetti incastonati come lapislazzuli in un diadema corvino ci fanno digerire la paura di un’intossicazione fuori programma. Nei nostri piani, c’è invece un bel po’ di svacco alle terme. Dieci chilometri a Ovest e ci siamo. “Vale la pena entrare?” chiedo a una coppia di spagnoli. “Oh sì” risponde lei mentre aiuta il marito zoppo a salire sul camper.

Avendo sciaguratamente lasciato il vecchio badge universitario in Italia, non posso ottenere lo sconto studenti. Rimango perplesso, tornerò a casa senza il becco di un quattrino, ma finché ci sono una bottiglia di gin tonic nascosta nell’armadietto degli spogliatoi, un bagno a più di quaranta gradi mentre fuori se ne registrano cinque e l’hammam meglio insonorizzato della zona a mia disposizione, non mi deprimo.

Ci voleva, la ciucca e la siesta tra i vapori sulferei ci hanno rigenerati. Dormiremo sonni tranquilli sulle rive del lago Mývatn, vegliati dall’insonnia di alcune pecore rincoglionite.

Quando riapro gli occhi, quando sento del calore solare riscaldarmi le ossa, vedo nero. Il tetto della tenda è stato coperto da qualcosa di largo e scuro; probabilmente Barba è uscito una manciata di minuti fa e ha messo una giacca ad asciugare.

Mi sfilo dal sacco a pelo, non mi vesto perché ho dormito perfino col cappello tanto era il freddo, ed entro nel mondo aperto. Sole, cielo azzurro e vento debole, quasi mite. Il sito dell’Anas islandese aveva ragione: abbiamo fatto bene a tagliare la tempesta. Un moscerino mi s’intrufola nell’orecchio destro e un altro lo imita nella narice sinistra. Da due diventano poi dieci e quindi trenta: sono dappertutto, mi tormentano, capisco come si debba sentire una mucca.

Barba ritorna al campo base, era andato a fotografare la superficie del Mývatn; mi indica la tenda.

Quella che pensavo fosse una giacca stesa al sole, era in realtà una coperta. Di moscerini. “Ieri non c’erano, devono uscire con la luce… solo se ci nasci puoi far l’allevatore da queste parti”; “Immagino che i contadini del luogo si bardino come apicoltori prima di uscire a raddrizzare i bastoni dei fagioli”.

Perché ci siano così tanti insetti? Il lago Mývatn è in realtà uno stagno, il Piscio del Diavolo come dicono qui. Non puzza, ma la flora e gli sciami insidiosi che volano come quadriglie di droni sulle nostre teste, non suggeriscono l’idea di una spa. Raccattiamo le nostre cose e andiamo a far colazione in un bar sulla Route 1.

La strada è ora una lingua d’asfalto che si allunga tra guanciali d’erba smeraldo e montagne innevate. Facciamo il pieno in un distributore sperduto, ci aspetta la traversata della costa Nord. Prima però c’è Godafoss, la Cascata degli Dèi: “Se la piada è il cibo delle divinità, allora questa dev’essere l’acqua!”. Nelle sue pozze cristalline, in questi torrenti che si buttano tra le braccia di laghetti trasparenti, i monoteisti hanno gettato gli idoli di genti a cui un solo dio non bastava. Camminando sull’orlo del precipizio, riesci a sentire i pagani cantare le loro lodi agli elementi della natura. Per Barba è il momento più felice del viaggio: non sta fermo un secondo, saltella di prospettiva in prospettiva per adempiere al Contratto con la Bellezza: “devo far foto!”. Anch’io sono di buon umore, sembra che il meteo contraddica il motto del manichino: almeno per oggi, non serve vestirsi a cipolla.

A pochi metri da me, seduta su uno sperone roccioso, una coppia di settantenni medita sul paesaggio. L’uomo tiene una mano sulla coscia della donna, fa sapere agli astanti che tanti anni prima ha fatto la cosa giusta. Pare si amino per devozione, m’inteneriscono e allo stesso tempo ravvivano la stagione del mio amore. M’incammino verso il Jimny.

Come tutte le radio del mondo, anche quella islandese riflette uno spaccato della società. Gli speaker sono flemmatici, le voci hanno l’impasto dei suoni gutturali; la musica è candidamente mainstream. “Sullo sfondo, signori e signore, potete ora ammirare Akureyri, la Capitale del Nord”.

Ci fermiamo dall’altra parte della baia su cui poggia le terga la cittadina. Alcuni cavalli dai manti variopinti ci fanno compagnia, scroccano del pane per un paio di scatti come si deve; sono affabili con gli sconosciuti e hanno lo sguardo simpatico: prima di finire in un macello come le pecore e le capre e le mucche e le renne e tutto quello che l’uomo alleva e mangia su questo pezzo di terra, vivranno un’esistenza felice. Li salutiamo, attraversiamo il centro abitato, “ecco, in quella casetta potrei anche viverci”, disquisiamo su quale sia stata la partita di calcio che non dimenticheremo mai e tra un arcobaleno e l’altro siamo nella penisola di Vatnsnes, nel Nord-Ovest. Abbiamo macinato circa trecento chilometri da quando siamo in piedi, è ora di rifocillarci.

Un panino al formaggio e siamo come nuovi, pronti a chiederci a cosa assomigli il faraglione di Hvitserkur prima di avvistare uno degli obiettivi della giornata: la colonia di foche. Ce ne saranno una trentina, alcune sono cucciole, altre hanno già visto molti inverni; quelli che a noi sembrano leoni marini, sono in realtà grasse foche grigie. Inadatte a vivere sulla terra, sott’acqua si trasformano in missili imprendibili. Oltre a loro, insieme a noi, degli uccelli, tanti uccelli: Wikipedia parla di ededroni. Sotto ai nostri piedi, la loro riserva protetta: in questo periodo la usano per deporci le uova.

Questi volatili dalla casacca juventina si dividono il campo con le beccacce di mare, anch’esse splendide. Il silenzio è inquietante: non serve ricorrere all’immaginazione per sentirsi personaggi passivi nel famoso film di Hitchcock.

Quindi accade un episodio fondamentale per la sopravvivenza di queste specie: un ededrone comincia a sorvolare la baia, emette uno strido, precipita verticalmente e a corpo morto in acqua, e dopo una manciata di secondi è di nuovo in aria, con un pesce che si dibatte nel rostro. Una giovane foca assiste alla scena, arrancando arriva al mare, si tuffa, in una frazione di secondo giunge dove l’uccello si era fiondato e, girandosi verso la spiaggia, senza proferir suono alcuno, chiama a tavola le altre. “Anche oggi, il banco di pesci è servito” mi dico, guardando gli stormi tentare d’accaparrarsi qualche pezzetto d’aringa galleggiante.

Una nube densa come la schiuma di un cappuccino fatto a regola d’arte si spalma sulle praterie dietro di noi. Non so più dove buttar lo sguardo, non mi resta che mettere le mani in tasca, accendere una sigaretta e lasciar che la natura faccia il suo corso.

Sempre a malincuore, lasciamo la penisola e ci ritroviamo in riserva a quaranta chilometri dal primo distributore. Calcolatrice alla mano, cerchiamo di capire dove potremmo restare a piedi. In quinta e a giri bassi, riusciamo ad arrivare miracolosamente alla stazione di rifornimento, in tempo per l’unica cena di pesce che ci concediamo, in una Hvammstangi ingiustamente snobbata dalla guida, dove oltre ai cinquecentosessanta abitanti, c’è un cimitero protestante che fornisce incubi alle quattro di notte per chi decide di accamparsi nei paraggi.

Le sette di mattina sembrano le otto di ieri sera. Il clima è lo stesso, la luce pure. Anche quest’oggi, ringraziando gli dèi, splenderà il sole. La maglietta del manichino aeroportuale può andare a farsi benedire.

Nonostante le poche ore di sonno, malgrado i quasi duemila chilometri percorsi su strade, stradine e carrettiere islandesi, siamo carichi di energia che vogliamo trasformare in bellezza.

Questa domenica è la festa nazionale dei pescatori, in tutte le isole si disputano prove di forza in acqua e sulla terra ferma. Su Youtube si vedono bambini giocare al tiro alla fune e adulti salire su pali della cuccagna piantati in mare. L’alcol dovrebbe scorrere a fiumi nei villaggi, presumiamo. Qui lo vendono depotenziato, hanno paura che incentivi i suicidi durante l’inverno, la birra non è stata commerciabile fino al 1989. Non hanno tutti i torti, non dev’essere una passeggiata vivere con diciotto ore di buio al giorno, per mesi. In compenso, il rapporto tra abitanti e fumatori abituali di cannabis è il più alto del mondo. Sì, più della Giamaica – ognuno trova i propri paradisi artificiali per fuggire da quel che crede sia la realtà.

Scambio qualche chiacchiera con un camper di pensionati isolani, avevamo bisogno dell’apriscatole per prepararci dei panini al tonno. Le due coppie stanno girando il loro Paese da settimane, si sono portati dietro i gatti: “What’s its name?”; “It’s Alfred”; “And that one?”; “Eybjörtfinnbjörksveinhildur!”.

Tra qualche mese andranno a Venezia in crociera, mi chiedono se ci sia da preoccuparsi per l’acqua alta, gli rispondo che per loro sarà una sciocchezzuola.

Il tempo di lavarci sotto le ascelle in un gabbiotto limitrofo al campeggio e siamo ancora sulla Route 1. Non dovevo biasimare l’aforisma meteorologico: la pioggia torna a farci compagnia come un’amante indesiderata. Noi però corriamo più forte, la seminiamo nei pressi di Barnafoss.

Se queste fossero state le prime cascate del nostro tour, saremmo rimasti a bocca aperta. Sono larghe, roboanti, strusciano su sassi di lava nera producendo un contrasto di luce e rumore che mette i brividi; devono il loro nome a due bimbi che vi sono caduti mentre giocavano. Le osserviamo superficialmente, non abbiamo nemmeno voglia di fotografarle, ci sembrano un’inerzia in confronto al già visto. Pecchiamo quindi di superbia, non riusciamo a riconoscere la meraviglia della cosa piccola: prometto al vento che quando tornerò, ripartirò da qui.

Guardando verso Sud, sentiamo il richiamo della civiltà. Transitiamo in un tunnel subacqueo per circa sei chilometri, sbuchiamo nella zona industriale di Reykjavik e in un quarto d’ora siamo sotto al campanile dell’Hallgrímskirkja, il duomo luterano. Lo visitiamo in due minuti, ci risulta troppo austero per la nostra spiritualità.

In giro non si vedono pescatori ubriachi, chiediamo quindi lumi a una coppia di giovani che non ne sanno nulla. Probabilmente avevamo informazioni rarefatte. Poco male, i bar non mancano.

Dopo aver ammirato il porto, l’ultramoderno teatro comunale e le quattro vie ipercommerciali del centro, ci ficchiamo in un postribolo dove una pils media costa miracolosamente cinque euro.

Alziamo il gomito, incontriamo marinai in licenza, assaporiamo il gusto di una notte brava in quella che a parer virtuale è la città scandinava maggiormente sbevazzona.

Infine torniamo in aeroporto.

Dopo aver riconsegnato il Jimny, tentiamo invano di dormire tre ore prima di volare a Londra, dove, al controllo passaporti, mi fanno il culo perché sono di Bologna come l’attentatore che ha appena fatto il numero sul London Bridge, ma questa, come dice un mio concittadino, è un’altra storia.

La morale di questa storia? If you don’t like the weather, go to Iceland.

di Andrea Gasparini

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